Bombe, spari e svastiche: Aprilia una città sotto assedio

EDITORIALE – C’è un punto oltre il quale la cronaca smette di essere solo un elenco di fatti e diventa una cartina di tornasole dello stato di salute di una comunità. Aprilia, oggi, sembra aver superato quel punto. L’escalation criminale degli ultimi mesi – bombe artigianali lasciate in strada, sparatorie in pieno centro, aggressioni brutali e simboli di odio ideologico tracciati sui muri – non può più essere letta come una serie di episodi isolati. È un campanello d’allarme. Forte, chiaro. E ignorarlo sarebbe un errore imperdonabile.

La bomba rinvenuta in via Aldo Moro, con 500 grammi di polvere nera, a pochi passi da un asilo e da un centro per ragazzi disabili, ha un peso che va oltre la pericolosità materiale. È il simbolo di un territorio in cui la criminalità non ha più timore di mostrarsi. Dove l’intimidazione torna a essere strumento di controllo e dominio, e lo spazio pubblico viene progressivamente eroso dalla paura.

Non si tratta solo di un problema di sicurezza. È qualcosa di più profondo. È la tenuta stessa del patto sociale che viene messa in discussione. Quando un uomo viene massacrato di botte sotto casa e muore dopo tre mesi di agonia, quando una svastica viene disegnata sulla porta della Caritas, quando tredici colpi di pistola vengono sparati contro un portone in pieno centro, la questione non è solo penale. È politica, è culturale, è civile.

Le forze dell’ordine stanno facendo il possibile – e spesso anche di più – ma non possono essere lasciate sole. I controlli ad “Alto Impatto”, le pattuglie straordinarie, i sequestri e le denunce sono segnali importanti, ma rischiano di diventare una pezza temporanea su una falla sistemica, se non accompagnati da una visione più ampia.

Aprilia ha bisogno di una strategia. Di una politica che non rincorra solo l’urgenza, ma ricostruisca fiducia, identità e senso di appartenenza. Serve un investimento vero nelle periferie, nel lavoro, nella scuola, nella cultura. Serve un’alleanza tra istituzioni, cittadini, associazioni, imprese, che rimetta al centro la legalità non come parola astratta, ma come bene comune da difendere ogni giorno, in ogni quartiere, in ogni gesto.

Ma soprattutto, serve il coraggio di guardare in faccia la realtà. Senza minimizzare, senza derubricare, senza rifugiarsi in un quieto negazionismo di comodo. Aprilia non è (ancora) una città perduta. Ma è una città in bilico. E la differenza la farà la reazione collettiva, la capacità di dire: basta. Di pretendere risposte, di rifiutare la logica del silenzio, dell’omertà, dell’abitudine al peggio.

A rendere il quadro ancora più complesso c’è la situazione politica e istituzionale. Dopo l’arresto del sindaco Lanfranco Principi, lo scorso luglio, con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso, il Comune è stato commissariato. E ora, mentre si attende lo scioglimento della riserva da parte del Ministero dell’Interno su un eventuale scioglimento per infiltrazioni mafiose, Aprilia si avvia verso nuove elezioni amministrative, fissate per il 25 e 26 maggio. Ma si tratta di un voto sospeso, incerto, condizionato da un clima di sfiducia e instabilità.

Le prossime elezioni saranno un banco di prova fondamentale. Non solo per chi si candiderà a guidare la città, ma per l’intera comunità. Sarà l’occasione per segnare un cambio di passo, per aprire una nuova stagione, oppure per rimanere prigionieri di logiche opache e autoreferenziali.

Perché il tempo dell’indifferenza è finito. E il futuro di questa città – che è anche il nostro – dipende da ciò che scegliamo di fare adesso.