Il Manifesto di Ventotene non è uno slogan, è un’eredità da comprendere

VENTOTENE – Nelle cronache di questi giorni, il Manifesto di Ventotene continua ancora ad essere al centro della scena politica, non per un risveglio sincero della memoria storica, ma per una polemica innescata dalla premier Giorgia Meloni. Citazioni estrapolate con tono sprezzante, allusioni cariche di disprezzo verso l’opposizione: e ancora una volta, un testo simbolico viene ridotto a slogan. Ma il Manifesto non è uno slogan. È un classico. E come tutti i classici, merita rispetto, studio e contesto.

Troppo spesso ci si dimentica che quel testo, redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – con il contributo fondamentale di due donne, Ada Rossi e Ursula Hirschmann – non era un documento istituzionale, ma un esercizio di pensiero in tempi bui, scritto da confinati politici sotto il fascismo. Un’utopia socialista, europeista, federalista, che immaginava un continente pacificato e unito non sotto il segno del profitto, ma sotto quello della giustizia sociale. Ventotene, per loro, fu un laboratorio ideale della Resistenza. Non un’isola del turismo, ma un luogo di lotta e visione.

Il paradosso è che proprio chi oggi lo invoca o lo disprezza lo ha spesso ignorato nei fatti. Accadde già nel 2016, quando Matteo Renzi convocò sull’isola un vertice con Merkel e Hollande, a bordo della portaerei Garibaldi (nomen omen?). Nessun cenno al fatto che Colorni, uno degli autori del Manifesto, fu assassinato dai fascisti della banda Koch. Nessuna riflessione sul fatto che quell’Europa celebrata oggi in chiave economico-finanziaria è ben lontana dall’utopia che guidò quei confinati.

Non c’è da stupirsi, allora, se Ventotene vive nel paradosso dell’oblio. Ce lo aveva già raccontato Fabrizia Ramondino in L’isola riflessa: l’isola dove si cancellano le tracce dei confinati per far posto ai residence. «Finché si nascondono non solo le vittime ma anche le loro tombe – scriveva – è certo che presto ci saranno altre vittime e tombe». Una frase che oggi suona come un avvertimento profetico.

Tra i due film di Paolo Virzì ambientati a Ventotene – Ferie d’agosto (1996) e Un altro ferragosto (2024) – scorrono 28 anni e un’Italia profondamente cambiata. La battuta del patriarca volgare e arrogante nel primo film – «Voi intellettuali v’atteggiate tanto… ma la sa qual è la verità? La verità è che non ce state a capì più un cazzo!» – sembra oggi rimbalzare in Parlamento. Nel secondo film, sono gli eredi a parlare: «Noi cavalchiamo er flame. La fiamma!». Una citazione involontaria (o forse no?) che si fonde con l’attualità politica.

Eppure basterebbe poco per restituire dignità a questo simbolo. Per esempio, riscoprire testi come quelli della collana 99 celle, pubblicata dalla casa editrice Ultima Spiaggia. Tre libri che raccontano la storia del carcere borbonico di Santo Stefano, dei suoi detenuti politici, delle evasioni, degli attentatori alla tirannide. Non sono semplici saggi storici, ma strumenti per comprendere quanto fosse concreta – e pericolosa – la scelta di chi oppose il fascismo, pagando con il carcere, l’esilio o la vita.

Il rischio, altrimenti, è che i simboli si svuotino, si polverizzino nel tritacarne delle polemiche. E allora il Manifesto di Ventotene può diventare qualunque cosa: una reliquia da mostrare a convenienza, o un bersaglio da denigrare. Ma sempre senza conoscerlo davvero.

Se si adottasse, per assurdo, il principio del ministro Valditara contro lo schwa, bisognerebbe vietarne la citazione a chi non l’ha letto. Ovviamente nessuno auspica censure. Ma almeno una preghiera: maneggiare con cura. Perché se usato male, persino un simbolo può finire per rafforzare chi lo tradisce.

E oggi più che mai, abbiamo bisogno di simboli vivi, non imbalsamati.