Sabaudia / “Mi dava 20 euro per incendiare i boschi”: la confessione shock che incastra Enzo Cestra

SABAUDIA – C’è qualcosa di quasi surreale in questa storia. E non perché sia uscita da un film di serie B, ma perché tutto questo è accaduto davvero, e non tra i bassifondi di qualche thriller americano, ma tra le meraviglie naturali del Parco Nazionale del Circeo, proprio qui, a Sabaudia. A distanza di mesi dai roghi che hanno devastato ettari di macchia mediterranea tra Sorresca e via degli Artiglieri, l’inchiesta del Nipaaf dei Carabinieri Forestali di Latina svela uno scenario inquietante.

Un uomo in bicicletta, un ordine impartito al telefono, venti euro passati di mano e poi le fiamme, divoratrici, che corrono verso il Lago di Paola. È l’agosto rovente del 2024, quando, secondo gli inquirenti, Enzo Cestra, 70 anni – ex maresciallo dei carabinieri in pensione e presidente dell’ANC Protezione Civile di Sabaudia – avrebbe commissionato gli incendi. Il fine? Incassare fondi pubblici destinati alle emergenze boschive che lui stesso contribuiva, a quanto pare, ad alimentare.

Il meccanismo perverso

Secondo l’ordinanza firmata dal gip Giuseppe Cario, Cestra avrebbe sfruttato le fragilità di un volontario 41enne dell’associazione, promettendogli pochi spiccioli per appiccare gli incendi e creare così un allarme artificiale. «Mi dava 20 euro ogni volta che facevo partire il fuoco», ha confessato l’uomo, intercettato e ascoltato dal Nipaaf. Bastava una chiamata pochi minuti prima dell’inizio delle fiamme: “Vai, è il momento”. Poi, il fuoco avrebbe fatto il resto.

In un altro passaggio, il 41enne racconta senza giri di parole: «Ero io a bruciare il bosco, ma me lo chiedeva lui. Io da solo non lo avrei fatto». È un racconto asciutto, lineare, di chi forse non ha piena consapevolezza della portata del disastro ambientale causato. D’altronde, anche l’ordinanza sottolinea come l’uomo fosse in cura presso il Dipartimento di salute mentale e, fin da ragazzino, avesse mostrato difficoltà scolastiche e sociali.

Le intercettazioni e la bici arancione

I carabinieri cominciano a collegare i punti dopo aver notato quella bicicletta elettrica arancione che sbuca, sempre lei, nei video di sorveglianza prima in via Conte Rosso e poi in via degli Artiglieri. Un dettaglio apparentemente banale che diventa la chiave di volta per dare una svolta all’indagine.

Dalle intercettazioni emerge come Cestra fosse preoccupato. Nei giorni successivi ai roghi, le telefonate si fanno più ansiose: «Mo m’arrestano, mo me danno i domiciliari», dice a un amico, consapevole che la rete degli investigatori si stava stringendo attorno a lui. Ma il tentativo di salvarsi, come spiega il gip, ha portato Cestra a muoversi in un terreno ancora più scivoloso: quello del depistaggio.

Il tentativo di scaricare tutto sul complice

Cestra, infatti, cerca di prendere le distanze dal 41enne, producendo ai carabinieri delle dimissioni retrodatate: «Gli ho dato copia che non era più dei nostri», afferma in una conversazione captata dalle microspie, convinto di aver gabbato gli investigatori. Ma il volontario, convocato dal pubblico ministero, smentisce: «Le abbiamo firmate dopo gli incendi, non prima».

Nel frattempo, il presidente dell’associazione si vanta al telefono con un altro interlocutore: «Io me so mosso bene», commenta, con una certa dose di compiacimento. Eppure il quadro accusatorio, che si regge su intercettazioni, tabulati telefonici e la confessione del 41enne, comincia a farsi pesante.

A preoccupare maggiormente gli inquirenti è anche la lucidità con cui Cestra, consapevole di essere osservato, suggerisce al complice di “fare attenzione” e di non parlare: «Attento a parlare al telefono, questi vanno avanti», lo ammonisce, e poi rincara la dose: «Se gli dici qualcosa, stai sicuro che ti portano dentro».

La rabbia contro i carabinieri

C’è un passaggio nell’ordinanza che lascia senza parole. In una delle intercettazioni, l’ex maresciallo – oggi pensionato – si sfoga e mostra tutto il suo rancore verso i colleghi che un tempo vestivano la sua stessa divisa. Le sue parole, che il gip definisce «di estrema gravità», fanno rabbrividire: «Mi vergogno d’avè fatto parte dei carabinieri con sta gentaglia. Li metterei nella piazzetta della Chiesa… e li fucilerei alla schiena. Non avrei nessun timore a farlo». Una frase pesante come un macigno, che racconta molto del clima tossico che aleggiava attorno a questa vicenda.

Il meccanismo dei fondi pubblici

A rendere tutto ancora più amaro è la logica perversa che, secondo la Procura di Latina, avrebbe motivato Cestra. La Protezione Civile Anc di Sabaudia, sotto la sua guida, ha ricevuto dal 2021 oltre 32 mila euro dalla Regione Lazio per le attività di contrasto agli incendi boschivi. Solo nel 2024 erano già stati erogati circa 2.000 euro, su un totale di 7.000 euro stanziati per l’anno. Denaro pubblico, insomma, che secondo l’accusa sarebbe stato richiesto anche grazie a emergenze create ad arte.

Il gip parla di «forte rischio di reiterazione» e di una «manifesta strumentalizzazione della struttura per fini personali». Per questo motivo, il giudice ha disposto per Cestra gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

La comunità sotto shock

A Sabaudia la notizia ha lasciato sgomenti. L’associazione Anc, da sempre simbolo di legalità e presidio ambientale, si ritrova oggi travolta da un’accusa che mina la sua stessa credibilità. «Se si confermassero queste accuse sarebbe gravissimo – dice un residente – noi ci siamo sempre fidati di loro».

Nel frattempo, la Protezione Civile nazionale prende le distanze: «Attendiamo l’esito del processo, ma episodi come questi non rappresentano in alcun modo lo spirito e l’onestà delle migliaia di volontari che ogni giorno rischiano la vita per il bene della collettività», ha dichiarato un portavoce.

Eppure, quel lago, quei boschi anneriti e quei venti euro strappati a un uomo fragile raccontano una storia che difficilmente sarà dimenticata. La storia di un tradimento, consumato proprio là dove la legge dovrebbe essere difesa e non aggirata.