Si può morire per un selfie? La generazione sospesa tra il vuoto e l’apparenza

EDITORIALE – Si può morire per un selfie? A leggere la storia di Dylan Torsello, 29 anni, precipitato dall’ottavo piano di una palazzina a Cisterna di Latina, la risposta – tremenda e spiazzante – sembra essere sì. Non è una provocazione, ma un fatto di cronaca. Secondo il fratello, Dylan non si sarebbe tolto la vita: si sarebbe sporto troppo dal terrazzo per scattare una foto. E così, un gesto semplice e quotidiano, banale per chi vive nel tempo dell’iperconnessione, si sarebbe trasformato in una tragedia definitiva.

È una domanda che ci assale ogni volta che storie come questa finiscono sulle pagine dei giornali. Ci siamo mai fermati davvero a riflettere su cosa ci spinge a rischiare la vita per un selfie? Su cosa ci porta a metterci in posa anche dove il pericolo è evidente? Da quanto tempo ci arrampichiamo su cornicioni, scogliere, grattacieli, pur di rincorrere uno scatto perfetto, uno di quegli attimi sospesi da immortalare?

Viviamo in un mondo in cui l’immagine ha divorato l’essenza. Dove ciò che non viene mostrato, semplicemente non esiste. E non si tratta solo di giovanissimi: Dylan aveva 29 anni. Ma la logica distorta dei social è trasversale, ci seduce tutti. Spinge chiunque a superare il limite, a sfidare l’azzardo, pur di postare un’immagine “che valga”.

Siamo immersi in un ingranaggio culturale che ci anestetizza, che ci fa confondere l’apparire con l’essere, la superficie con la profondità. In questo eterno palcoscenico globale non basta più vivere il momento: bisogna catturarlo, renderlo appetibile, “condivisibile”. E mentre ci illudiamo di fissare ricordi, finiamo per svuotarci della presenza reale.

Dylan non è un caso isolato, ma il riflesso di un problema diffuso e radicato. Ogni volta che accade una tragedia come questa ci indigniamo, ci commuoviamo, ci interroghiamo. Poi, puntualmente, ritorniamo a scorrere lo schermo, a guardare storie effimere, a postare inquadrature di vita “filtrata”. Ma il vuoto che Dylan ha lasciato non è solo sull’asfalto di via Primo Maggio. È il vuoto più profondo e inquietante di una generazione che vive appesa a un filo sottilissimo, quello tra il mondo reale e quello della rappresentazione.

E non è solo una questione di selfie. È un’urgenza esistenziale di essere visibili, di esistere solo attraverso lo sguardo virtuale degli altri. Come se la paura più grande non fosse più quella di cadere, ma quella di non essere visti.

La morte di Dylan ci parla di tutto questo. Di un presente che corre senza guardarsi attorno, di una fragilità collettiva che ci spinge a immortalare istanti a tutti i costi, anche quando il costo può essere la vita stessa.

Forse è il momento di fermarci. Di chiederci se la vera immagine che ci manca non sia quella più semplice e disarmante: quella di noi stessi che viviamo davvero, senza filtri e senza dover dimostrare nulla a nessuno.

Perché nessuna foto vale quanto una vita. Nessuna posa, nessun tramonto visto da un tetto o da un burrone giustifica il rischio estremo che ogni giorno – e sempre più spesso – qualcuno sceglie inconsapevolmente di correre.

E allora sì, forse si può morire per un selfie. Ma la tragedia più grande è che ormai, questa domanda, non ci stupisce più.