FROSINONE – Un timido applauso smorzato dai Carabinieri impegnati nel servizio d’ordine e poi tutti ad abbracciare Consuelo Mollicone. Erano le 18.51 di martedì quando il presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione Monica Bassi, dando lettura della brevissima e laconica sentenza al termine di una camera di consiglio durata poco più di due ore e mezzo, ha deciso che, a distanza di 23 anni e 9 mesi, l’omicidio di Serena Mollicone non è ancora un caso chiuso.
I giudici della Suprema Corte hanno annullato l’assoluzione in secondo grado per Franco Mottola, ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce, per il figlio Marco e per la moglie Annamaria, accusati di concorso nell’omicidio della 18enne uccisa il 1 giugno 2001 e, dichiarando ammissibile il ricorso della Procura generale presso la Carte d’assise d’appello, hanno disposto al contempo per loro un nuovo processo di secondo grado che naturalmente dovrà celebrarsi davanti ad una sezione diversa rispetto a quella nel luglio 2024 era terminato il primo processo d’appello.
Quello consumato all’interno del “Palazzaccio” di piazza Cavour è stato l’ennesimo colpo di scena a quasi 24 anni dal delitto della 18enne studentessa di Arce: anni trascorsi tra indagini, archiviazioni e processi (il primo al carrozziere Carmine Belli che fu poi assolto nei tre gradi di giudizio). Serena Mollicone scomparve il 1 giugno del 2001. Quella mattina era uscita di casa presto, dopo aver preparato la colazione al padre, con cui viveva sola dalla scomparsa della mamma. Doveva andare all’ospedale di Sora, dove aveva un appuntamento fissato da qualche giorno per un’ortopanoramica. Da quel momento, però, non farà più ritorno a casa. Il suo corpo verrà ritrovato due giorni dopo, abbandonato sull’erba vicino a un mucchio di rifiuti nel bosco di Fonte Cupa, in località Anitrella. Serena venne trovata con mani e piedi legati, nastro adesivo su naso e bocca, e un sacchetto dell’Eurospin in testa.
La decisione della Suprema Corte ha riacceso la speranza dei familiari di Serena che da anni chiedono caparbietà giustizia per Serena. “In questo momento non posso che pensare a mio padre Guglielmo che non è qui a darci la sua forza e a mia sorella – ha detto Consuelo Mollicone nell’intervista video allegata – Confidiamo e speriamo nella giustizia per avere la verità sulla morte di Serena. Sono 24 anni che aspettiamo”. “Si è aperta una possibilità per noi familiari e per la comunità intera, tutta – ha aggiunto lo zio Antonio, fratello di Guglielmo che finché è stato in vita ha portato avanti una lunga battaglia per la verità – Quando si maltratta e si riduce una bambina in quelle condizioni, non possiamo far finta che non ci interessi. Siamo contenti proprio per questo senso di apertura alla ricerca ancora della verità. Non ci interessano presunti responsabili ma i responsabili. Non un capro espiatorio, sono 24 anni che aspettiamo”. “Siamo veramente soddisfatti – ha aggiunto il legale di parte civile Anthony Iafrate dello Studio Salera che da anni segue proprio Consuelo Mollicone, sorella di Serena – Oggi veramente è stato compiuto il primo passo verso la giustizia che la famiglia Mollicone sta attendendo ormai da 24 anni”. Il legale ha però precisato che questa “non è ancora una vittoria, perché stiamo parlando di una ragazza che è stata brutalmente uccisa, questo è solo un nuovo inizio”. “Certamente – ha precisato – è un punto di svolta importante perché se la Cassazione avesse rigettato il ricorso, il caso di Serena sarebbe stato chiuso. Questo per noi è motivo di grande orgoglio e di fiducia nella giustizia. Ci attende una nuova sfida in Corte d’Appello ma siamo già pronti perché non vediamo l’ora di arrivare alla giustizia”. Infine, l’avvocato ha sottolineato che “la requisitoria del procuratore generale ci ha entusiasmati: è stata una requisitoria dura, puntuale e motivata dal punto di vista giuridico”.
Con la decisione della Cassazione di martedì non si è chiusa, dunque, la vicenda giudiziaria che per la famiglia Mottola e in particolare per Franco e Marco, era iniziata il 27 giugno del 2011, quando a dieci anni dal delitto, padre e figlio vennero per la prima volta iscritti sul registro degli indagati insieme ad altre persone dalla procura di Cassino. Poche le parole pronunciate lasciando il “Palazzaccio” dall’avvocato Mauro Marsella, che insieme a Francesco Germani e Piergiorgio Di Giuseppe, difende la famiglia Mottola (presenti all’udienza Franco ed il figlio Marco e non la moglie Antonietta che ha preferito rimanere nella sua abitazione di Teano). “Aspettiamo le motivazioni della sentenza – ha detto – Ci sono comunque elementi a discarico dei Mottola che non potranno mai essere messi in discussione anche all’esito di un altro dibattimento”. Più laconico il commento del criminologo Carmelo Lavorino, portavoce del pool difensivo della famiglia Mottola: “Siamo sereni – ha osservato anch’egli nell’intervista registrata subito dopo la lettura della sentenza – perchè il pronunciamento della Corte di Cassazione chiarirà alcuni punti che la sentenza di assoluzione d’appello non aveva motivato”.
Ma quando inizierà il nuovo processo d’appello? Non prima del prossimo autunno. La Cassazione depositerà nei prossimi 90 giorni le motivazioni con cui ha annullato le assoluzioni in secondo grado dei componenti della famiglia Mottola, dopodichè sarà fissato un nuovo appello. E’ una prospettiva che la difesa non aveva trascurato tant’è che si è subito messa all’opera convocando per giovedì 13 marzo, alle 15.30, una conferenza stampa presso la libreria giuridica “Medichini Clodio” di Roma per illustrare gli sviluppi del caso e della nuova situazione giudiziaria venutasi a creare”.
LA CRONACA DELL’UDIENZA
L’udienza era iniziata in mattinata, alle 11, con alcuni minuti di ritardo, accompagnata da un presidio in piazza Cavour organizzato da un gruppo di giovani di Arce – capeggiato dalla cugina di Serena Mollicone, Gaia Fraioli – per chiedere giustizia per la 18enne studentessa uccisa quasi 24 anni fa. In piazza sono stati esposti due striscioni, uno con su scritto “24 anni di verità e giustizia negata, ora Serena non merita di essere archiviata” e uno di Telefono Rosa di Frosinone su cui si legge: “Giustizia per Serena, mai più storie di ordinaria violenza”.
Secondo alcuni commenti se la Cassazione è arrivata a chiedere un nuovo processo d’appello per i Mottola la ragione forse andrebbe trovata nella durissima requisitoria formulata dal procuratore generale della Corte di Cassazione, il magistrato di origine formiane Assunta Cocommelli. Aveva chiesto duramente di annullare con rinvio la sentenza impugnata di secondo grado: “Sostengo il ricorso della parte civile perché considero che la sentenza di Appello sia affetta da plurime violazioni di legge e di norme processuali – aveva spiegato – Ho rilevato l’assenza o apparenza della motivazione” della sentenza di secondo grado che è quindi “carente” e ha sottolineato come il “Giudice di Appello abbia abdicato alla Cassazione” con “un atteggiamento pilatesco”.
“La sentenza del processo d’appello – tra l’altro aveva spiegato il pg – “omette di motivare sulla effettiva presenza di Serena Mollicone in caserma e non ha risposto a tutti gli elementi che confortano le affermazioni di Tuzi che hanno dato avvio alle indagini. In più non fa ragione della bontà delle varie prove e consulenze scientifiche prodotte dalla Procura di Cassino e ha abiurato il ruolo di verifica rispetto alla sentenza di primo grado” con cui i tre Mottola anche gli ex Carabinieri Francesco Suprano e Vincenzo Quatrale furono assolti nel luglio 2022 dalla Corte d’Assise del Tribunale di Cassino.
Se la posizione del Pg Cocomello prima della pausa è stata condivisa dai legali di parte civile Federica Nardoni, Dario De Santis, Antonio Radice (per conto del Comune di Arce) e di quello nominato dall’avvocatura dello Stato, la sessione pomeridiana era stata monopolizzata dalle altrettante durissime arringhe dei legali difensori. “Confidiamo nel rigetto del ricorso e nel fatto che venga dichiarato inammissibile – hanno chiesto all’unisono gli avvocati Francesco Germani, Piergiorgio Di Giuseppe e Mauro Marsella – Non vi è nessun elemento di prova certo che possa portare alla condanna dei Mottola e anche in caso di rinvio le problematiche sarebbero le stesse. Se le prove non ci sono state prima, non ci sarebbero neanche adesso e un nuovo processo non porterebbe alcuna novità”. L’avvocato Di Giuseppe ha parlato di “corto circuito giuridico” e di un “costrutto accusatorio che fa acqua da tutte le parti”. Nel ricorso ci sono “errori macroscopici” e quello della motivazione assente o apparente è un “escamotage inaccettabile”, ha aggiunto.
In conclusione, l’avvocato Marsella ha poi sottolineato di “essere rimasto spiazzato dal ricorso, quando ho sentito ancora una volta e fin troppo approfonditamente parlare di motivi di merito che sono stati analizzati, sviscerati e interpretati in maniera assolutamente pertinente da un punto di vista sia qualitativo sia quantitativo in primo e secondo grado”.
VIDEO Intervista a Consuelo Mollicone
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VIDEO Interviste Carmelo Lavorino, portavoce pool difensivo famiglia Mottola; Anthony Iafrate, legale parte civile Consuelo Mollicone
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