EDITORIALE – Ci sono notizie che scuotono l’opinione pubblica per un istante, il tempo di un titolo su un giornale, e poi si dissolvono nell’indifferenza generale. Ma ci sono anche notizie che ci costringono a fermarci, a riflettere e, soprattutto, a interrogarci su chi siamo come società. La storia della “sposa bambina” di Latina appartiene a questa seconda categoria. È una ferita aperta, uno schiaffo alla nostra coscienza collettiva, un grido che non possiamo permetterci di ignorare.
Una bambina di appena dodici anni costretta a sposarsi, una gravidanza precoce, due aborti a quattordici anni. Il tutto avvenuto sotto il nostro sguardo distratto, nella provincia che consideriamo “casa nostra”. Questo caso, che ha recentemente fatto il giro dei media nazionali e persino attirato l’attenzione del Parlamento, non è solo una tragedia individuale: è il sintomo di un problema più ampio e radicato.
Viviamo in un Paese che si definisce avanzato, eppure episodi come questo dimostrano che il nostro tessuto sociale è ancora lacerato da dinamiche che dovrebbero appartenere a un passato remoto. È inaccettabile che nel 2025 una bambina venga privata della sua infanzia e dei suoi diritti fondamentali, sacrificata sull’altare di tradizioni arcaiche, di ignoranza, di omertà e, spesso, di una giustizia che arriva tardi e male.
E non possiamo evitare di riflettere sul fatto che, purtroppo, questa non è una realtà lontana, “da terzo mondo”. La sposa bambina di Latina non è un’eccezione in un paese arretrato, come lo Yemen descritto nel film La sposa bambina (2014), diretto da Khadija Al-Salami. In quel contesto, ambientato in una società arretrata e profondamente patriarcale, le ragazze vengono spesso sacrificate per mantenere intatte le tradizioni e i valori di una cultura che nega loro la possibilità di essere libere. Ma se pensiamo che in Italia, nel 2025, certe storie possano sembrare distanti, dobbiamo ricrederci. Perché qui, in questa provincia che ci sentiamo chiamare “casa”, lo stesso destino continua a colpire le giovani vite, come un’ombra che nessuno ha il coraggio di affrontare.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: come è stato possibile? Dove erano le istituzioni? Dove era la scuola, la rete sociale, i servizi di tutela dell’infanzia? È facile indignarsi a posteriori, ma la verità è che troppe persone hanno chiuso gli occhi di fronte ai segnali di allarme. Non possiamo ridurre questa storia a un semplice fatto di cronaca nera: dobbiamo vederla per quello che è, ovvero un fallimento collettivo.
Eppure, indignarsi non basta. Se vogliamo davvero impedire che simili orrori si ripetano, dobbiamo agire. Serve un sistema di protezione più efficace, una vigilanza costante e una cultura della denuncia che superi la paura e l’indifferenza. Servono politiche serie per contrastare i matrimoni forzati e la violenza di genere, e servono pene severe per chi si rende complice di questi crimini.
Ma soprattutto, serve un cambiamento di mentalità. Dobbiamo smettere di pensare che questi episodi siano “eccezioni” o “fatti isolati”. Perché la verità è che, finché ci sarà anche solo una bambina privata della sua libertà, tutta la nostra società sarà colpevole. E di fronte a questo, nessuno di noi può permettersi di restare in silenzio.