FORMIA – La dura reprimenda formalizzata dai consiglieri d’opposizione Imma Arnone, Paola Villa, Luca Magliozzi e Alessandro Carta nei confronti dell’attività sui social del presidente del consiglio comunale di Formia Pasquale Cardillo Cupo non si è esaurita con la lunga deposizione avuta nei giorni scorsi a Latina nei confronti del Vice Prefetto vicario Monica Perna e dei più stretti collaboratori del Prefetto Vittoria Ciaramella.
Il presidente d’aula di Fratelli d’Italia era stato accusato di attaccare sui social network proprio alcuni consiglieri comunali di opposizione di centrosinistra, sino a screditarli, prendendo invece le difese – e non soltanto sotto il profilo penale per via della sua attività di avvocato – di taluni imprenditori, di area Fdi, legati al Comune di Formia da rapporti di collaborazione economica (gestione dei siti archeologici). All’avvocato Cardillo Cupo non era stata perdonata la perdurante scelta – ineccepibile sul piano professionale, un po’ meno sul quello dell’opportunità (secondo alcuni consiglieri di minoranza) per via della sua attività istituzionale – di assistere alcuni pregiudicati in odore di criminalità organizzata e, di recente, destinatari di Daspo Willy e del divieto di dimora a Formia a causa di una rissa scoppiata in un albergo cittadino.
L’avvocato Cardillo Cupo è da sempre iscritto presso l’ordine forense di Roma ma ora in sua difesa sono arrivati strategicamente il consiglio dell’ordine e la Camera penale di Cassino. I due presidenti Giuseppe Di Mascio – del cui consiglio fa parte l’avvocato Giovanni Valerio, portavoce di Fratelli d’Italia e vice sindaco nonché assessore al turismo al comune di Formia – e Gianluca Giannichedda si sono rivelati essere i migliori difensori dell’avvocato-presidente del consiglio Cardillo Cupo. Hanno sottoscritto una lettera che di sicuro getterà ulteriore (e inutile) benzina sul fuoco delle polemiche. Hanno segnalato e censurato innanzitutto “la tendenza a sovrapporre il difensore all’imputato-indagato, quasi a ritenere che l’assunzione di una difesa implichi una sorta di concorso, quantomeno morale, dell’avvocato nella condotta contestata. E’ una tendenza diffusa ma non per questo inaccettabile – si sbilanciano subito Di Mascio e Giannichedda – perché in contrato con il diritto di difesa e con la necessità della difesa tecnica. Non è questione riconducibile al principio di non colpevolezza ma è qualcosa di più ampio, sacro e liberale”.
Per i presidenti dell’ordine forense e della Camera penale di Cassino “Nessuno tocchi (e ci mancherebbe) e soprattutto nessuno tocchi l’avvocato di Caino che non è mai un omicida se difende un condannato per omicidio né può essere ritenuta moralmente censurabile o ‘inopportuna’ la sua attività difensiva. Il diritto di difesa è un valore sacro ed assoluto che in casi eccezionali, come tutti i diritti fondamentali, risponde a criteri di ragionevolezza e bilanciamento ma che non può certo arretrare di fronte alla mera opportunità come spesso viene chiesto, più o meno esplicitamente”. Tradotto, l’avvocato Cardillo Cupo – è il ragionamento legittimo dei presidenti Di Mascio e Giannichedda – può curare il patrocino di camorristi e pregiudicati ma ciò non toglie che, in virtù di un mandato elettorale, possa rivestire (il penalista nel 2018 tentò di diventare sindaco ma fu severamente sconfitto al ballottaggio) un ruolo istituzionale come il presidente del consiglio comunale.
La nota di Di Mascio e Giannichedda arriva ad una conclusione che appare molto di più di una risposta politica alle minoranze che da tempo stanno contestando “l’inopportunità” di Cardillo Cupo di ricoprire “contemporaneamente” la qualità di difensore di imputati di reato e la seconda carica istituzionale al comune di Formia. La cultura della legalità presuppone come assioma indifferibile proprio il diritto di difesa.
Non tutti sono uguali però. C’è un iscritto al consiglio dell’ordine forense di Cassino, l’avvocato Pasquale Di Gabriele, che ha presieduto il massimo consesso cittadino di Formia dal giugno 2018 al dicembre 2020. Benchè sia penalista come Cardillo Cupo, in quel periodo storico Di Gabriele limitò drasticamente la sua attività professionale nel settore penale evitando correttamente di confondere il ruolo istituzionale che ricopriva con quello professionale. Non ha dovuto mai ricevere solidarietà del presidente del Coa che all’epoca era l’attuale della Camera Penale Giannichedda, ora, come il collega Di Mascio, “al fianco di chi rivendica la libertà nell’esercizio della professione di avvocato”.
L’avvocato Cardillo Cupo sui social naturalmente ha ringraziato la Camera Penale e l’Ordine degli Avvocati per la loro vicinanza. E l’ha fatto lanciando quasi un messaggio – secondo la sua versione – ‘pedagogico’: “Adesso basta, non per me che ho le spalle larghe, ma per i giovani avvocati che non possono sentirsi intimoriti da improvvisati figli di papà che si alzano la mattina alle 10 per fare squallide locandine denigratorie senza aver mai conosciuto la parola lavoro. Spero che Camera Penale e Consiglio dell’Ordine possano affiancarmi come parte civile, a tutela di tutta la categoria, quando ci saranno processi penali contro questi personaggi”.
Insomma – come nelle migliori occasioni – la migliore difesa è l’attacco. Ma perché l’avvocato Cardillo Cupo ha deciso di fare ricorso – come ventila – alle carte bollate contro coloro che hanno soltanto esercitato il diritto costituzionale del libero pensiero? La verità – o meglio – la risposta – è tutta in questo interrogativo. O almeno.