FONDI – La notte di Fondi si è riempita di fuoco e paura. Un nuovo avvertimento incendiario, più feroce di qualsiasi altro finora, ha scosso la città. Questa volta non si è trattato solo di auto in fiamme – uno “spettacolo” già visto in troppe notti fondane – ma di un’intera abitazione divorata dal fuoco. Una villa ridotta in cenere. E non una casa qualsiasi: a bruciare è stata la residenza di Johnny Lauretti, alias “Cavallo pazzo”, nome che da anni rimbalza nelle cronache della criminalità pontina.
Lauretti, 44 anni, non è uno qualunque. Fino a poco tempo fa, era uno dei vertici di un’organizzazione dedita al traffico di droga, con un curriculum criminale che include estorsioni, usura e intimidazioni a colpi di arma da fuoco. Arrestato lo scorso novembre nell’ambito di una maxi-operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, il suo nome è spuntato di nuovo nei titoli di cronaca per un motivo ben diverso: si è pentito. Da leader del gruppo è diventato collaboratore di giustizia. E nel mondo a cui apparteneva, questo equivale a una condanna a morte.
L’incendio che ha divorato la sua villa potrebbe essere proprio questo: un messaggio. Chiaro, brutale.
È accaduto poco dopo la mezzanotte, nella periferia di Fondi, in via della Torre, lì dove sorgeva quella che tutti conoscevano come “Villa Teresa”. Un tempo elegante, oggi uno scheletro annerito dal fuoco. Un intervento fulmineo dei vigili del fuoco di Terracina è servito a poco. Al loro arrivo, la villa era già perduta. Ridotte in cenere anche le auto e il motociclo parcheggiati nel cortile. Fortunatamente, in casa non c’era nessuno.
La scena è chiara agli occhi degli investigatori: è stato un incendio doloso, rapido e preciso, un’esecuzione perfetta. L’ennesimo tassello in una storia torbida, dove la posta in gioco è altissima. Lauretti è stato trasferito in una località segreta dopo la sua collaborazione con la giustizia, ma il suo passato è ancora lì, presente e ingombrante, tra le ceneri di quella villa.
I carabinieri, guidati dal comandante Saverio Loiacono, stanno setacciando la zona alla ricerca di indizi: telecamere di videosorveglianza, tracce lasciate nel buio della notte. Ma il silenzio regna sovrano. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. È Fondi, dopotutto. Una città abituata a convivere con il non detto, dove i messaggi viaggiano nel linguaggio muto delle fiamme.
Adesso, l’unica domanda è: sarà l’ultimo avvertimento o solo l’inizio di qualcosa di più grande e pericoloso?