LATINA – Ha ottenuto gli arresti domiciliari Renzo Lovato, il nome al centro dell’inchiesta bis sulla morte di Satnam Singh. La decisione del Tribunale del Riesame di Roma ha ribaltato l’ordinanza di custodia cautelare emessa lo scorso 23 gennaio dal gip Barbara Cortegiano, accogliendo il ricorso dei difensori Antinucci, Perotti e Righi. La difesa ha contestato le motivazioni della misura cautelare, puntando sulla salute precaria dell’indagato e sulla presunta insussistenza del pericolo sociale.
Una scelta che farà discutere, quella del Tribunale della Libertà, soprattutto alla luce delle accuse contestate nell’ambito dell’indagine condotta dai Carabinieri della Compagnia di Latina: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Due capi d’accusa che riconducono a una realtà ben nota, quella delle condizioni disumane in cui versano molti braccianti agricoli impiegati nelle campagne pontine.
La vicenda di Satnam Singh è emersa con una brutalità che ha lasciato sgomenti: un uomo rimasto ferito mentre lavorava, abbandonato senza cure adeguate e morto in circostanze che hanno aperto un vaso di Pandora sullo sfruttamento nei campi. Una storia che si è trasformata in simbolo di un sistema malato, in cui il diritto alla dignità e alla sicurezza sul lavoro viene troppo spesso calpestato.
Il cambio di misura cautelare per Renzo Lovato viene definito dai suoi avvocati una “decisione coraggiosa di impronta garantista”. Eppure, la questione rimane aperta: se l’inchiesta ha fatto emergere una rete di sfruttamento, se gli elementi raccolti hanno portato a due arresti, quale messaggio arriva da questo passo indietro? La giustizia ha il compito di accertare le responsabilità, ma la società ha il dovere di non distogliere lo sguardo da ciò che Satnam Singh rappresenta.
Perché, al di là delle carte processuali, rimane la domanda più scomoda: chi difende chi non ha voce?